Alzheimer: rischi maggiori per chi soffre di sonnolenza diurna?

Soffrire di sonnolenza potreste essere associato a un rischio maggiore di Alzheimer. Ecco cosa rivela un nuovo studio.

Sonnolenza diurna

Un nuovo studio rivela che coloro che riferiscono di essere molto assonnati durante il giorno corrono un rischio quasi tre volte maggiore di avere depositi cerebrali di beta amiloide, una proteina che rappresenta un segno distintivo per la malattia di Alzheimer. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista SLEEP, e rivela dunque che una scarsa qualità del sonno potrebbe favorire lo sviluppo di questa condizione.

Se il sonno disturbato contribuisce allo sviluppo della malattia di Alzheimer, potremmo essere in grado di trattare i pazienti con problemi di sonno per evitare questi esiti negativi.

spiegano gli autori della ricerca, i quali hanno esaminato la salute di migliaia di volontari durante la fase di invecchiamento, ed hanno appunto confermato quanto emerso già da precedenti studi, ovvero che coloro che hanno detto di soffrire di sonnolenza diurna avevano una probabilità quasi tre volte maggiore di avere depositi di beta-amiloide, rispetto a coloro che non soffrivano particolarmente di stanchezza diurna.

Al momento non è chiaro perché la sonnolenza diurna sia correlata all'accumulo di proteina beta-amiloide. Una possibilità è che la stessa sonnolenza diurna possa in qualche modo causare la formazione di questa proteina nel cervello. Sulla base di ricerche precedenti, una spiegazione plausibile è che il sonno disturbato o insufficiente potrebbe dunque causare la formazione di placche di beta-amiloide attraverso un meccanismo purtroppo ancora sconosciuto.

Non esiste ancora una cura per il morbo di Alzheimer, quindi dobbiamo fare del nostro meglio per prevenirlo; anche se dovesse essere sviluppata una cura,

spiegano giustamente gli autori dello studio

le strategie di prevenzione dovrebbero essere comunque enfatizzate. La cura del sonno può essere un modo per prevenire o forse rallentare questa condizione.

via | ScienceDaily

Foto da iStock

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