La resistenza agli antibiotici è una minaccia catastrofica: l'allarme da Londra

La resistenza agli antibiotici è una minaccia molto preoccupante, ecco il perché secondo la dottoressa Dame Sally Davies

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La resistenza agli antibiotici è una minaccia catastrofica, quasi terroristica. A lanciare l'allarme sarebbe stata Dame Sally Davies, chief medical officer inglese, che in un'intervista rilasciata alla BBC avrebbe spiegato per filo e per segno le ragioni della sua preoccupazione. Secondo quanto dichiarato dalla stessa dottoressa infatti, pare che il rischio di contrarre infezioni che non possono essere curate con i farmaci che tutt'ora esistono, rappresenti non uno spauracchio, ma una possibilità del tutto concreta. Se non oggi, fra 10 o 20 anni l'intera popolazione del mondo potrebbe ritrovarsi alle prese con infezioni che non potranno essere curate con i farmaci esistenti. 

Ma per quale ragione ciò dovrebbe accadere? La Davies, nel suo articolo dal titolo "Antibiotics resistance as big a risk as terrorism", spiega che la causa starebbe nel fatto che le aziende farmaceutiche non sarebbero incentivate a creare nuovi farmaci antibiotici.


 


"Questa - spiega la Davies - è una bomba a orologeria che le nazioni dovrebbero inserire nell'elenco delle più grandi minacce all'umanità. E tra 20 anni anche gli interventi di routine potrebbero diventare mortali se perdiamo la capacità di combattere le infezioni, come succedeva nel 1800. Per non parlare dei trapianti, - aggiunge - che saranno di fatto impossibili per l'elevatissima mortalità post-operatoria".


 


Ma come mai non vengono portate avanti le ricerche per gli antibiotici? La Davies sosterrebbe che la causa sarebbe da ricondurre al fatto che per questo genere di farmaci non vi sarebbe "lo stesso mercato che esiste per i farmaci che curano la pressione alta o il diabete". Intanto, ad aggravare la situazione ci penserebbe anche l'uso massiccio degli stessi antibiotici, che verrebbero impiegati anche per curare malattie che potrebbero essere curate con altre "terapie", terapie ben più leggere.


 


Come se non bastasse, a rendere ancor più grave la situazione vi sarebbe il fatto che questi prodotti verrebbero utilizzati anche in agricoltura e nell'allevamento di pesci. Secondo Francesco Scaglione, direttore della Scuola di specializzazione in Farmacologia medica all'Università Statale di Milano, in Italia le norme dovrebbero salvaguardarci, dal momento che l'animale è messo in commercio "dopo un adeguato periodo dalla somministrazione del farmaco, in modo che quest'ultimo possa essere smaltito dall'organismo. Detto questo, bisogna vedere se queste norme sono rispettate e com'è la situazione in altri Paesi che esportano prodotti alimentari sulle nostre tavole".


 


via | Corriere


Foto | Gettyimages 

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