Contadini veneti: la terra vale più dei soldi

Cesto con verdure e colata di cemento "Basta cemento!", si leva alta la voce dei contadini della provincia di Treviso che si oppongono alla cessione dei propri terreni ai Comuni che li rendono edificabili per farci villette e capannoni industriali.


Dalla vendita potrebbero ricavare fino a dieci volte il prezzo di partenza, ma non mollano. Vogliono continuare a coltivare la terra dei loro avi e rifiutano la cementificazione selvaggia che deturpa il paesaggio naturale e provoca disastri ambientali come le alluvioni dei mesi scorsi.


Nonostante i pericoli a cui si va incontro e nonostante molti dei capannoni e stabilimenti edificati alla fine rimangano sfitti e vuoti (il 20% in tutto il Veneto!), le concessioni di edificabilità da parte dei comuni continuano ad essere concesse e chiunque può se le accaparra.


Si rischia non solo il dissesto idrogeologico per il sempre maggiore impoverimento di verde, ma anche la perdita delle tradizioni contadine, un patrimonio di cultura e di mestieri inestimabile a cui i proprietari dei terreni agricoli, pur sottoposti a forti pressioni, non intendono in alcun modo rinunciare.


La battaglia è aperta: i contadini trevigiani vengono obbligati a pagare l'Ici come se avessero già costruito, ma molti stanno organizzando comitati in difesa del paesaggio e, se l'edificabilità fosse imposta, sono decisi ad andare in tribunale per difendere i propri diritti.


«A noi bastano i soldi che guadagniamo facendo gli agricoltori. Qui il cemento si mangia la terra, ma non porta più ricchezza - dice uno dei fratelli Favaro, proprietari di un terreno di 4 ettari a Morgano - se avessimo l'edificabilità e vendessimo non ci darebbero soldi, ma un appartamentino in una villetta a schiera».


E Pietro Caldato, che possiede assieme ai suoi familiari una vigna e un orto alle porte di Treviso: «Della ricchezza che altri inseguono non sappiamo che farcene. Rischiamo di perdere la nostra terra e la nostra libertà. Ma ancora preserviamo il nostro modo di pensare e di vivere. I soldi? Non possiamo portarceli dietro quando saremo morti».


Vedi anche l'articolo di Francesco Erbani su Repubblica.


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