L'Economist boccia senza mezzi termini il boom dei biocarburanti

pannocchia-biocarbsshot-1.jpgBio-idiozia. Così titola l'Economist un lungo articolo in cui boccia senza mezzi termini il boom dei biocarburanti. L'Economist si rifà allo studio recentemente pubblicato dal team di scienziati dell'International Council for Science (ICSU), una federazione di associazioni scientifiche.

Il recente boom dei bioarburanti ha generato numerosi allarmi: l'espansione delle colture agricole con finalità energetica, rischia di essere concorrenziale verso la produzione di cibo (e quindi minacciare la sicurezza alimentare nei paesi più poveri). Come se non bastasse, la nuova ondata di espansione agricola minaccia le ultime foreste di pianura, e in particolare le foreste tobiere del Sud-est asiatico, con gravi impatti sulle specie viventi, sulla sopravvivenza delle comunità indigene e sullo stesso clima, dato che il prosciugamento delle paludi e il drenaggio della torba comportano il rilascio in atmosfera di grandi quantità di carbonio (CO2).

Lo studio dell'ICSU punta il dito su un'ulteriore minaccia dell'espansione agricola. Infatti conferma le conclusioni emerse dalle ricerche di Paul Crutzen, del Max Planck Institute di Magonza, il quale già nel 2007 aveva sostenuto come gran parte delle analisi sui biocarburanti sottovalutasse di tre o perfino di cinque volte gli effetti delle emissioni di biossido di diazoto (N2O). Lo studio era stato considerato allarmistico, ma le ricerche condotte dall'ICSU ne riconfermano la validità: il grande quantitativo di N2O rilasciato dalla coltivazione di colza e mais basterebbe a annullare la riduzione delle emissioni di CO2.

Malgrado il N2O non sia comune nell'atmosfera terrestre, è un potente gas serra, ben più dannoso (circa 300 volte) della CO2, e più persistente. Il professor Robert Howarth, della Cornell University e coautore del rapporto ICSU, sostiene come le conclusioni di Crutzen fossero sostanzialmente corrette.

Il N2O è rilasciato da batteri che prosperano nel suolo e nelle acque ricche di azoto, proveniente dall'impiego massiccio di fertilizzanti. A partire dagli anni sessanta, l'impiego di fertilizzanti chimici in agricoltura è cresciuto di sei volte, e una parte consistente di questi composti chimici viene dilavata e finisce nei corsi d'acqua. Le colture di mais in particolare, tendono a rilasciare maggiori quantità di azoto in quanto le radici di questa pianta assorbono il concime solo in alcuni mesi dell'anno.
Il rapporto del ICSU suggerisce come le emissioni di N2O causate dall'agricoltura, e non solo per la produzione di biocarburanti, abbiano un impatto sul clima molto più forte di quanto si ritenesse. Gli studi precedenti infatti avrebbero sottovalutato il ruolo del biossido di diazoto.

Secondo gli studi condotti da Alan Townsend, della University of Colorado, il disturbo del ciclo dell'azoto indotto dall'e attività umane agirebbe in modo più rapido di quello del ciclo del carbonio. Esemplare è il caso dei biocarburanti, impiegati per ridurre il rilascio di carbonio, mentre comportano un ulteriore rilascio di biossido di diazoto.

(si ringrazia https://www.salvaleforeste.it)

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