Epatite B: una malattia da non sottovalutare

epatite-sshot-1.jpgdi Jacopo Gerna

Una malattia per essere pericolosa non ha bisogno dei riflettori. E’ il caso dell’epatite B, patologia spesso ignorata dai mezzi di comunicazione e poco conosciuta anche dalla gente comune. Ma non per questo si tratta di un’infezione da sottovalutare: le sue conseguenze possono essere anche mortali.

GRAVE - L’epatite B è una malattia infettiva provocata dall’omonimo virus. Rappresenta la più grave forma di epatite, perché può causare l’insorgenza di una forma cronica, che a sua volta può evolvere verso forme di cirrosi epatica e di cancro del fegato (epato-carcinoma). Dati statistici forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità stimano a due miliardi il numero di persone che sono state infettate dal virus dell’epatite B (HBV) e a più di 350 milioni i soggetti con forme croniche di epatite B. Un vaccino è disponibile dal 1982 ed è in grado di proteggere nel 95% dei casi contro l’insorgenza dell’infezione e delle sue complicazioni.

COME SI TRASMETTE - La trasmissione avviene di solito per contatto di un soggetto sano con il sangue o altri liquidi organici (come sperma o il secreto vaginale) di una persona infetta. HBV può essere trasmesso molto più facilmente di HIV, il virus dell’Aids (entrambi si diffondono mediante sangue infetto), in quanto HBV è molto più resistente di HIV nell’ambiente esterno. Nei Paesi a più basso livello socio-economico le vie più comuni di trasmissione sono il passaggio del virus dalla madre al neonato durante il parto, il contatto durante l’infanzia con familiari infetti, l’inoculazione diretta del virus mediante l’uso di siringhe non adeguatamente sterilizzate, le trasfusioni di sangue e i rapporti sessuali con un partner infetto. Al contrario, nelle aree ad elevato livello di sviluppo socio-economico, le principali vie di trasmissione sono rappresentate dai contatti sessuali e dalla somministrazione di farmaci mediante iniezioni con siringhe. Dopo la penetrazione di HBV nell’organismo passano in media 90 giorni prima della comparsa dei sintomi, e il virus può poi persistere nell’organismo per periodi variabili.

epatite21sshot-1.jpgSINTOMI

- L’epatite B acuta può causare sintomi che durano settimane e che comprendono ittero, cioè ingiallimento diffuso della cute e degli occhi con eliminazione di urine scure (color marsala), grande stanchezza, nausea, vomito e dolori addominali. I sintomi possono scomparire dopo parecchi mesi o un anno, oppure la malattia acuta può diventare cronica, con le conseguenze a lungo termine di cui abbiamo già accennato. Va tuttavia tenuto presente che molti pazienti non avvertono alcun sintomo. La diagnosi è, oltre che clinica, virologica, basata cioè sulla verifica della presenza del virus nel sangue e sulla comparsa di anticorpi diretti. Tali anticorpi sono in grado di conferire la protezione o immunità nei confronti di successivi contatti con il virus, e sono quelli che vengono prodotti dalla vaccinazione anti-HBV. La diagnosi inoltre si fonda sulla determinazione di un aumento nel sangue degli enzimi epatici (transaminasi) e, in caso di esecuzione di biopsia epatica (prelievo di un piccolo frammento di tessuto epatico che in genere si esegue solo nella fase cronica) sulla presenza di lesioni del tessuto epatico.

BAMBINI A RISCHIO - La probabilità che un’infezione da HBV diventi cronica è tanto più elevata quanto più giovane è l’età dei soggetti colpiti. Circa il 90% dei bambini che si infettano nel primo anno di vita sviluppano un’epatite cronica, mentre nei 3 anni successivi la percentuale scende al 30-50%. Preoccupa il fatto che il 25% dei bimbi che si infetta nel primo anno di vita andrà incontro a cirrosi epatica o epatocarcinoma. Al contrario, chi contrae il virus in età adulta nella stragrande maggioranza dei casi guarisce perfettamente entro 6 mesi.

ALLARME ASIA - L’epatite B è molto diffusa in Cina e in altre regioni dell’Asia, dove la maggior parte della popolazione si ammala durante l’infanzia. In questo modo l‘8-10% della popolazione adulta presenta un’infezione cronica da HBV. Stessa situazione in Amazzonia e nelle zone meridionali dell’Europa orientale e centrale, mentre nell’Europa occidentale e nel Nord America la quota di popolazione colpita è inferiore all’1%.

TERAPIA - Non ne esiste una specifica per l’epatite B acuta, di cui si è soliti curare soltanto i sintomi come la nausea ed il vomito. E’ invece possibile curare l’epatite B cronica con farmaci come l’interferon e vari antivirali che bloccano la moltiplicazione del virus. Tali cure però possono costare migliaia di euro all’anno e non sono disponibili ovunque. Il carcinoma epatico, sviluppandosi in età adulta, interessa prevalentemente individui nel pieno della maturità e purtroppo nei Paesi in via di sviluppo porta in genere a morte nell’arco di pochi mesi. Anche in questo ambito il quadro cambia nelle nazioni a più elevato tenore di vita, dove le cure chirurgiche e chemioterapiche possono prolungare la vita per alcuni anni. Nei pazienti con cirrosi epatica da HBV l’unica terapia valida è il trapianto di fegato, che presenta un grado variabile di successo.

VACCINO - La prevenzione dell’epatite B si basa sulla somministrazione di un vaccino in 3 dosi, che dovrebbe perdurare per tutta la vita. Quando esiste il rischio di trasmissione del virus dalla madre al neonato, la prima dose va somministrata entro le prime 24 ore dalla nascita. Notevoli i risultati: durante l’infanzia o in età giovanile protegge oltre il 95% dei soggetti. Oltre i 40 anni, il livello di protezione è sotto il 90%, mentre dopo i 60 anni la percentuale scende al 65-75%. Gli esperti raccomandano la vaccinazione a tutti i soggetti di età inferiore a 18 anni, ma anche chi ha molti partner occasionali dovrebbe proteggersi, senza dimenticare i familiari di soggetti infettati da HBV, i pazienti che necessitano di ripetute trasfusioni di sangue e quelli sottoposti a trapianto di organo solido. Trattamento raccomandato anche agli operatori sanitari e ai viaggiatori internazionali verso paesi ad alta diffusione di epatite B.

RISULTATI INCORAGGIANTI – Anche nelle nazioni povere, l’introduzione del vaccino ha ridotto il tasso di bambini con infezione cronica dall’8/15% a meno dell’1%. Su raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il numero dei Paesi che hanno adottato la vaccinazione della popolazione pediatrica è salito da 31 nel 1992 a 164 nel 2006. Ottimi risultati che non devono tuttavia spingere ad abbassare la guardia e a tralasciare un’opera di informazione sui rischi della malattia e di prevenzione generale non sempre adeguata.

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