Mancanza di insulina nel 2030, intervista alla diabetologa sullo studio della Stanford University

Intervista alla dottoressa Emanuela Setola sulla ricerca della Stanford University sulla mancanza di insulina per i diabetici.

insulina

Giorni fa la pubblicazione di uno studio della Stanford University, che sottolineava il fatto che nel 2030 potrebbe non esserci abbastanza insulina per trattare tutti i pazienti diabetici, ha sollevato molto stupore. La ricerca, pubblicata su The Lancet Diabetes & Endocrinology, svelava che la quantità di insulina necessaria per trattare il diabete di tipo 2 aumentare di più del 20%. E l'aumento di richiesta potrebbe non essere soddisfatto: se non si mettono in atto subito politiche di prevenzione e sensibilizzazione, metà degli adulti che soffrono di diabete di tipo 2 rimarrà senza.

Abbiamo voluto vederci chiaro su questo studio, intervistando la dottoressa Emanuela Setola (Diabetologo, Endocrinologo, Nutrizionista) di MioDottore, che ci ha spiegato il significato della ricerca.

Nello studio, quali sono i dati importanti contenuti?


Il Diabete di tipo 2 è una malattia in continua e rapida espansione, tutte le previsioni che erano state fatte fino ad oggi hanno sottostimato la reale prevalenza di questa patologia in particolare nei paesi in via di sviluppo (Asia, Africa) dove, parallelamente al miglioramento delle condizioni di vita, si assiste ad un aumento della prevalenza di diabete. Gli autori stimano che dagli attuali circa 405,6 milioni di diabetici si arrivi nel 2030 a circa 510,8 milioni di diabetici e che il consumo totale di insulina aumenti del 20% rispetto a quello attuale. Gli autori prevedono che circa il 7.4% della popolazione diabetica nel 2030 potrebbe non poter avere a disposizioni l’insulina necessaria per il suo trattamento; queste percentuali potrebbero aumentare in modo drammatico qualora tutti i pazienti fossero trattati seguendo le linee guida internazionali che prevedono il raggiungimento di una emoglobina glicata inferiore a 53 mmol/mol (7%) e inferiore a 64 mmol/mol (8%) nella popolazione sopra i 75 anni (arrivando a 15.2% considerando target di glicata 7% e 44.2% considerando anche la popolazione anziana).

Cosa significa la ricerca in questione?


Parallelamente all’aumento del numero di diabetici gli autori stimano che aumenterà il numero di pazienti da trattare con insulina e che per alcune popolazioni non sarà possibile accedere a tale trattamento.

Quale sarà il risvolto pratico dello studio per la salute di chi soffre di diabete?


Non poter accedere ad un corretto trattamento per il diabete è estremamente grave per un paziente diabetico, in quanto non raggiungere un adeguato controllo glicemico si traduce in un peggioramento della qualità della vita ed un aumentato rischio di complicanze (in particolare di natura cardiovascolare, come infarto, ictus, arteriopatia arti inferiori). In particolare, le popolazioni che potrebbero avere maggiori difficoltà sono quelle in via di sviluppo come quella asiatica e africana.

L’unico metodo per contrastare questa continua pandemia è mettere in atto politiche sanitarie a livello globale volte a prevenire e/o posticipare la comparsa di diabete, sensibilizzando i giovani (fin dall’infanzia) e gli adulti a migliorare il proprio stile di vita attraverso un’adeguata nutrizione ed attività fisica.

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