L'anemia emolitica autoimmune: cause, terapia e quando serve una trasfusione

L’ anemia emolitica autoimmune è una particolare forma di anemia, durante la quale i propri anticorpi distruggono i globuli rossi.

Si tratta di una malattia del sangue acquisita, ovvero non è né congenita né ereditaria. L'anemia emolitica autoimmune è causata a una produzione di anticorpi errata, ovvero il sistema immunitario anziché attaccare virus e batteri per proteggere il proprio corpo da infezioni attacca i globuli rossi. Che cosa causa? Li distrugge causando ovviamente anemia.

È una patologia rara perché colpisce 1-3 casi per 100.000 persone/anno e può presentarsi isolata oppure in associazione ad altre malattie. Come viene diagnosticata? Si deve eseguire un esame del sangue, per verificare gli indici emolitici, tra cui il numero di reticolociti, che sono globuli rossi giovani. Oltre all’emocromo, di solito si suggerisce, anche un’ecografia addominale per verificare la presenza di calcoli della colecisti.

Quali sono i sintomi? I più comuni sono pallore, stanchezza, affanno e palpitazione. La pelle può diventare gialla, spesso subentrano dolori lombari e addominali, crampi, l’urina diventa ambrata. Si deve prevedere il ricovero ospedaliero e nelle forme idiopatiche la terapia consiste in una somministrazione di cortisone. Nel caso di recidiva, i medici di solito scelgono tra l’uso farmaci immunosoppressori e l'intervento di asportazione della milza (splenectomia). Non sono le uniche strade percorribili, ma dipende dal decorso e dalla gravità della malattia.

Se l’anemia non risponde alle cure, possono essere necessarie delle trasfusioni, che però possono essere complicate dalla presenza di autoanticorpi, che aggrava ulteriormente la distruzione dei globuli rossi del donatore.

Via | Astem

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