Ebola, quali sono le terapie più promettenti?

Un misterioso siero avrebbe salvato al vita a un medico e a un'infermiera che hanno contratto il virus in Liberia. Ma quali sono le reali possibilità di cura?

Kent Brantly e Nancy Writebol sono, rispettivamente, un medico e un'infermiera. In Liberia, dove si trovavano a lavorare con l'organizzazione Samaritan's Purse, hanno fatto il loro incontro con il virus Ebola. Febbre, vomito e diarrea stavano minacciando la loro sopravvivenza, ma grazie a un trattamento sperimentale, fino ad oggi mai provato sull'uomo, si sarebbero salvati. Siamo forse finalmente di fronte a una terapia efficace contro questo temibile virus?

La notizia sarebbe rivoluzionaria. In effetti al momento non esiste una cura per quest'infezione. I trattamenti disponibili agiscono solo sui sintomi e chi viene infettato dall'Ebola non può far altro che cercare di controllare la febbre e contrastare la disidratazione causata dal vomito, dalla diarrea e dalle emorragie scatenate dal virus.

Ciò non significa che gli scienziati non stiano facendo nulla. Le terapie sperimentate sugli animali incontrano però notevoli difficoltà nel momento in cui dovrebbero essere sperimentate sui pazienti, tanto che solo una è stata provata nell'uomo prima del siero utilizzato nel caso di Brantly e Writebol. Il suo nome è TKM-Ebola e si tratta di un approccio basato sull'RNA interference, una metodica che permette di bloccare la replicazione del virus. Somministrata alle scimmie 30 minuti dopo averle infettate con l'Ebola questa terapia riesce a proteggerle, ma gli studi nell'uomo sono stati interrotti in attesa di maggiori informazioni sulla risposta del sistema immunitario a dosi elevate del "farmaco".

cura ebola

Un'altra strada tentata dagli scienziati prevede di inibire l'attività di un enzima del virus fondamentale per la sua sopravvivenza. Il composto che potrebbe farlo - noto con la sigla BCX4430 - è attualmente in fase di sperimentazione su animali infettati con Ebola.

Nel campo dei vaccini, invece, il più promettente sembrava essere quello ottenuto da ricerche sul virus della stomatite vescicolare (VSV), che è stato modificato in modo che una delle proteine presenti sulla sua superficie corrisponda a una proteina dell'Ebola. In questo modo il sistema immunitario produce anticorpi contro quest'ultimo senza però dover avere a che fare con i sintomi dell'infezione. Nel 2009 questo vaccino è stato utilizzato per trattare una ricercatrice che si era accidentalmente punta con un ago contaminato dal virus. La donna non è morta a causa dell'Ebola, ma non si sa se grazie al vaccino o perché in realtà non era stata infettata. Resta il fatto che questo caso aumenta le speranze che il vaccino in questione possa avere un'azione non solo preventiva, ma anche terapeutica.

A questo punto, però, il vaccino terapeutico ad offrire più speranze sembra essere quello che avrebbe permesso a Brantly e Writebol di sopravvivere. Il suo nome è ZMapp, si tratta di un anticorpo monoclonale ottenuto infettando dei topi con frammenti del virus e impedirebbe all'Ebola di infettare le cellule. Fino ad oggi era stato sperimentato solo su poche scimmie infettate con il virus. Il trattamento di Brantly e Writebol rappresenta, quindi, la prima sperimentazione sull'uomo. Per il momento i risultati sembrano essere decisamente incoraggianti.

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Via | NewScientist

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