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Pesce sì, ma quanto basta

Luigi Gallo avatar Domenica 3 Gennaio 2010, 19:27 in Ambiente, Cibi e bevande, Nutrizione, Protonutrizione, Salute di Luigi Gallo

Branco di pesci in mare

Emanuela Zerbinatti mi ha gentilmente segnalato un recente articolo di Food Today dal titolo "C'è abbastanza pesce per tutti nel mare?" nel quale si affronta la questione della sostenibilità del consumo di pesce proponendo come valida alternativa nutrizionale il pesce d'allevamento.

Di fronte all'aumentata propensione al consumo del pesce fra gli italiani, giudicata positivamente per le caratteristiche salutari e le importanti proprietà preventive di questo alimento, viene posta la questione delle conseguenze etiche della sovrapesca.

"È stato calcolato che se continueranno le attuali pratiche di pesca, le riserve di pesce saranno gravemente impoverite nel corso dei prossimi 40 anni. Nei mari Europei, poco più del 10% delle riserve di pesce è sostenibile. Chiaramente, il pesce allevato sarebbe una soluzione per soddisfare la richiesta di pesce e la sostenibilità del consumo dello stesso."

L'autore considera ingiustificata la percecezione da parte dei consumatori che il pesce pescato sia più salutare e più gustoso e conclude: "...sia il pesce allevato sia il pesce non allevato è sicuro e nutriente, e non ci sono grandi differenze fra i diversi tipi di pesce, a condizione che i pesci d'allevamento vengano allevati in condizioni appropriate. In risposta alla sovrapesca, il pesce allevato è l'alternativa milgiore per soddisfare le raccomandazioni nutrizionali di consumare più pesce."

Si tratta indubbiamente di una questione importante da valutare con grande attenzione ma, a mio avviso, essa è forse un po' più complessa di come è stata presentata, sia sul piano nutrizionale che bioecologico.

Uno degli aspetti più interessanti del pesce, dal punto di vista nutrizionale, è rappresentato dalla qualità dei grassi che contiene. In maggior parte si tratta di grassi polinsaturi che hanno funzione protettiva e preventiva soprattutto nei confronti delle malattie cardiovascolari.

Ma nei pesci che vivono liberi in natura, la quantità di polinsaturi rispetto al totale dei grassi si aggira intorno al 70%, percentuale che si abbassa anche al di sotto del 50% per gli esemplari allevati. La quantità degli altri grassi invece che allo stato brado non supera il 2-3%, in quelli d'allevamento può superare anche il 10%.

Nei pesci di allevamento il livello di omega 3 rimane pressoché invariato, mentre l'omega 6 aumenta molto. Il rapporto tra i due acidi grassi per essere funzionale deve essere circa 3, in questo caso si trova intorno a 1 rendendolo non più un cibo così salutare.

Anche le qualità organolettiche mutano: non profumano di mare e alghe come i pesci pescati al largo. Per questo gastronomi e buongustai definiscono spregiativamente i pesci d'allevamento "polli d'acqua".

L'acquacultura poi, come accenna anche l'articolo succitato, è un serio pericolo per la biodiversità. Il pesce d'allevamento è sempre più diffuso e copre il 30 per cento del consumo globale di proteine derivanti dal pesce, ma è anche responsabile della distruzione di molti ecosistemi e dell'impoverimento di tante piccole comunità di pescatori.

Per ogni chilogrammo di salmone allevato servono cinque chili di pesce grasso, come aringhe o sardine, da utilizzare nella preparazione del mangime. Queste specie ittiche vengono quindi letteralmente spazzate via dai mari, con una ricaduta negativa sugli equilibri dei delicati ecosistemi marini. Nella Columbia Britannica, in Canada o in Cile, le orche, i delfini e le foche che una volta frequentavano gli estuari dei fiumi sono sempre di meno, sempre più affamati e vengono spesso respinti dai dispositivi che gli allevatori di salmoni utilizzano per proteggere i propri recinti.

La vera soluzione sta nel mangiare di meno e mangiare tutti. Si calcola che l'uomo occidentale mangi da 2 a 3 volte più del necessario, mettendo a rischio la propria salute e sottraendo risorse alimentari al pianeta. Soprattutto consuma troppa carne per produrre la quale occorrono per ogni chilo circa 8 chili di cereali e legumi che potrebbero sfamare in proporzione fino a 20 volte più esseri umani.

E se consumiamo meno pesce (poco ma buono) da dove prendiamo quei meravigliosi acidi grassi essenziali che fanno tanto bene? Ci sono numerose fonti vegetali alternative, ad esempio semi, noci, oli di prima spremitura e soprattutto microalghe, la fonte primaria di quei "grassi buoni" di cui i pesci selvatici sono così ricchi.

@ Per quesiti e approfondimenti scrivi all'autore

6
6 commenti
6
25 Feb 2010
alle 12:35

Luigi Gallo

Bene, grazie. Segnalerò :)

5
25 Feb 2010
alle 11:31

Emanuela Zerbinatti

Ora c'è anche un eco-guida (scaricabile) per sfamarsi almeno di pesce sostenibile

4
04 Gen 2010
alle 10:18

Luigi Gallo

@ commento n.2

Ottimo esempio di consapevolezza e responsabilità quello dei cuochi francesi. Facciamo girare la notizia.

3
04 Gen 2010
alle 10:08

Luigi Gallo

Giuste considerazioni Emanuela. I livelli di inquinamento raggiunti dai nostri mari sono preoccupanti ed è inquietante che veleni e pesticidi finiscano sulle nostre tavole attraverso i pesci. Ma anche qui la vera soluzione è smettere di inquinare. L'acquacultura rischia infatti di essere un rimedio peggiore del male. Come accade in qualsiasi tipo di allevamento intensivo, l'alta concentrazione di  pesci in ogni rete favorisce il rapido diffondersi di malattie e di epidemie tra gli animali. È prassi comune aggiungere al mangime degli antibiotici per prevenire queste malattie e ciò causa la produzione di batteri resistenti agli antibiotici che si trovano nei sedimenti, sui fondali in corrispondenza delle reti. Questi batteri possono costituire un pericolo sia per gli uomini che per gli ecosistemi all'interno dei quali si trovano i recinti. Le reti-recinto sono di solito collocate in corrispondenza delle forti correnti che attraversano gli estuari, e accade quindi che gli escrementi, i parassiti, gli scarti di mangime e i residui di antibiotici vengano distribuiti in tutto l'ecosistema dell'estuario.
Un allevamento di salmoni da 200mila esemplari produce grosso modo la stessa quantità di escrementi di una città di 62mila abitanti. Il depositarsi di questo micidiale cocktail minaccia la stessa sopravvivenza dei salmoni di taglia più piccola, dei pesci predatori che di questi salmoni si cibano, nonché il futuro delle pratiche di pesca sostenibili e delle comunità locali che fanno affidamento su oceani puliti e in salute.

Mangiare meno, o meglio mangiare il necessario nelle giuste proporzioni, privilegiando alimenti locali a Km zero e attuando un consumo attento, avvia comunque un circolo virtuoso che riduce gli sprechi (solo in Italia gettiamo nella spazzatura 25 milioni di tonnellate di alimenti pari a circa 30 miliardi di euro in un anno: il 2% del Pil) e a catena riduce l'inquinamento e consente una più equilibrata distribuzione delle risorse alimentari. La responsabilità ecologica dovrebbe diventare un fondamento etico per tutti e una responsabilità politica primaria di ogni governo.

2
04 Gen 2010
alle 10:02

Emanuela Zerbinatti

Intanto c'è una buona notizia almeno per i tonni rossi, liberi naturalmente :)

1
04 Gen 2010
alle 08:37

Emanuela Zerbinatti

Pensa che quando ho letto la notizia a lasciarmi perplessa era proprio questo farla così semplice con la totale equivalenza nutrizionale tra carni di pesce selvaggio e d'allevamento. Non essendo espertissima dell'argomento non potevo giurare che non fosse così, ma per quel poco che so i pesci d'allevamento sono nella stragrande maggioranza dei casi più piccoli dei corrispettivi selvaggi, per cui aspettarsi delle differenze anche dal punto di vista nutrizionale mi sembrava più plausibile.

Va detto che ho pensato anche allo scempio che stiamo facendo alle nostre acque riversandoci dentro più o meno lecitamente, di tutto e di più. Per cui oltre alle proprietà nutrizionali bisogna tener conto anche della presenza di cariche microbiche, inquinanti e sostanze tossiche in quantità non compatibili con la nostra salute che se un allevatore è onesto forse sono almeno più controllabili nei pesci d'allevamento che quindi diventano più sicuri.

Però bisogna sempre considerare come fai notare tu quanto costa poi alla fin della fiera al mondo produrre il mangime con un allevamento intensivo, perché come abbiamo visto con la carne animale rischiamo di dare un'altra mazzata all'ecosistema anche senza levare pesci dal mare. Perché se i pesci d'allevamento allo stato attuale non sono proprio equivalenti ai selvaggi sono certa che con l'esperienze e la ricerca si riuscirà a migliorarla modificando l'alimentazione, ma anche qui l'esperienza con la carne animale ci insegna che poi gli allevatori hanno tentato di tutto, lecito e illecito, per farci sembrare la carne migliore rischiando, invece, di ucciderci.

Tante cose su cui bisognerà ragionare bene prima di promuovere a spada tratta come panacea per tutti l'incremento dell'alimentazione a base di pesce d'allevamento. La tua alternativa per ora mi sembra molto più sensata e naturale: basta non diventare tuttu vegani stretti che oltre a fare male a se stessi potrebbe poi portarci a discutere che ne sarà dell'ecosistema se ci mettiamo tutti a mangiare solo frutta secca ;-)

 

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